Foto Roberto Monaldo / LaPresse25-11-2014 RomaPoliticaJobs Act - La minoranza PD dopo il voto alla CameraNella foto Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Pippo CivatiPhoto Roberto Monaldo / LaPresse25-11-2014 Rome (Italy)Chamber of Deputies - Jobs ActIn the photo Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Pippo Civati

Perchè in Italia non c’è Podemos?

La crisi economica e politica degli ultimi anni ha fatto riesplodere nel seno della sinistra europea le antiche divisioni e contrapposizioni fra coloro che ambiscono a governare il sistema capitalista e globalizzato cercando di renderlo più giusto e coloro che invece propongono di sfidarlo cercandone un’alternativa. Dal Mediterraneo all’Inghilterra riemergono con forza i dibattiti intorno al significato stesso del “essere di sinistra” e sulla strategia che dovrebbero seguire i partiti progressisti per vincere le elezioni e governare.

Da una parte vi è chi propone di “andare verso il centro”, nel senso di ampliare la propria base elettorale per catturare segmenti di votanti non del tutto identificabili con la sinistra storica. Pare essere questo il caso di Manuel Valls in Francia e, come vedremo, di Matteo Renzi in Italia. Dall’altra parte, si giudicano gli esempi precedenti come deviazioni dalla missione storica della sinistra di combattere il capitalismo in favore di una maggiore uguaglianza economica e si mettono insieme movimenti e coalizioni politiche che si propongono di sfidare frontalmente la austerità di Bruxelles. Rispondono, o hanno risposto, a tale intento, il progetto iniziale di Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis in Grecia, oggi ritornato nei ranghi della disciplina europea dopo il defenestramento del Ministro delle Finanze e le nuove elezioni del settembre scorso; la vittoria alle primarie del partito laburista di Jeremy Corbyn; il tentativo di questi giorni del nuovo Bloco de Esquerda portoghese di formare un governo tripartito insieme ai socialisti per togliere il governo ai popolari; vi sono infine le incerte elezioni spagnole del prossimo dicembre, nelle quali il movimento politico Podemos, oggi per la verità in calo nei sondaggi, promette di porre fine al bipartitismo di popolari e socialisti con un programma politico decisamente anti-austerità’.

Il dibattito europeo sulla sinistra non ha tardato a materializzarsi nel contesto italiano, nel quale il governo del Partito Democratico di Matteo Renzi deve spesso e volentieri preoccuparsi del proprio fianco sinistro, particolarmente sensibile ad un riformismo che punta a ridurre le tasse e a ridefinire le prerogative del Parlamento  nei confronti del potere esecutivo. L’azione del governo Renzi su tali fronti gli ha fatto guadagnare l’accusa di essersi spostato verso il centro, o peggio a destra, e ha portato numerosi commentatori e uomini politici a proporre la ricreazione di uno spazio a sinistra che possa contendere a Renzi la leadership nel centrosinistra. Crediamo che le ragioni per le quali in Italia la battaglia nel centrosinistra sembri volgere a favore di Renzi e non dei suoi sfidanti a sinistra vadano cercate in una alcune specificità del contesto italiano.

Come evidenziato dagli ultimi vent’anni di politica italiana, una sinistra incapace di misurarsi con due questioni fondamentali quali il problema del consenso (come ottenere i voti necessari per realizzare i propri progetti) e quello del governo (come scendere a compromessi con la realtà pur mantenendo il proprio orizzonte), non solo manca di raggiungere i propri obiettivi, ma finisce anche per perdere la fiducia dei votanti. In questo senso, l’opposizione da sinistra all’attuale governo italiano non sembra cogliere che per la maggioranza degli elettori di centrosinistra la scelta di Renzi non risponde semplicisticamente ad un tentativo di “imitare la destra”. Che si sia d’accordo o meno con la sua proposta, quella di Renzi è la risposta a una serie di problemi concreti e peculiari del caso italiano, ai quali la sinistra tradizionale” non aveva saputo rispondere.

Innanzitutto la necessità, per costruire un progetto politico di centro-sinistra maggioritario nel paese, di far convergere due culture politiche di matrice culturale diversa. Il PD è un partito diverso dal Labour Party britannico o dal Partito Socialista Obrero spagnolo. Nel suo DNA si trovano tanto gli elementi provenienti dalla tradizione post-comunista, quanto quelli provenienti dalle correnti progressiste del mondo cattolico. Questa singolarità ha richiesto un progetto politico innovativo, non riconducibile unicamente all’una o all’altra tradizione. Tale sintesi di culture progressiste ha mostrato di essere difficilmente compatibile con una radicalizzazione a sinistra o con i tentativi da parte degli ex-comunisti di porla sotto la propria egemonia.

In secondo luogo, tale radicalizzazione ha dimostrato di essere incompatibile con l’assunzione di responsabilità che si richiede per il governo del Paese. L’oggettiva difficoltà di una parte della sinistra italiana nel costruire compromessi e rinunciare al proprio massimalismo è ancora ben presente nella percezione di un elettorato che non ha dimenticato i traumatici fallimenti dei precedenti governi di centro-sinistra.

Infine, la crisi economica in Italia è servita soprattutto per mettere a nudo le debolezze di un sistema politico decadente, incapace di assumere finanche le più elementari decisioni riguardo al proprio destino (per esempio una legge elettorale). Tale sistema richiede profonde riforme che lo rendano capace di condurre il paese nelle acque burrascose della società globale. Difficilmente un partito radicalizzatosi alla propria sinistra potrebbe portare a termine un processo che per definizione richiede un consenso ampio e dunque l’inclusione di forze politiche di segno diverso.

Se da un lato risulta ancora difficile valutare con esattezza la rilevanza elettorale delle nuove sinistre anti-sistema in alcuni Paesi europei, più chiare paiono le ragioni che ne impediscono il successo nel contesto italiano. Il dibattito sul tasso di progressismo del progetto riformista di Renzi continuerà ad appassionare gli analisti e i militanti. Ci pare importante che tale dibattito atterri ad un livello più pragmatico e non perda di vista le peculiarità del contesto italiano. Questo per evitare di cadere in una visione “mitologica” della sinistra, continuamente alla caccia di un passato che non torna o di un papa straniero, e per costruire una critica che analizzi senza dogmatismo le storture e disuguaglianze di una società cambiante. Si tratta di un fondamentale passo per cominciare a valutare i progetti politici della sinistra italiana non sulla base dell’aderenza o meno ad uno spartito già scritto, bensì sulla base della sua capacità di rendere la società italiana politicamente e amministrativamente più razionale, più chiara e dunque, forse, più giusta.

Published by: mentepolitica.it

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