Ciad, terra di rifugio al crocevia del Sahel

Mi sveglio presto, oggi, domenica mattina, qui a N’Djamena, capitale del Ciad. Siamo nel cuore del Sahel, quella fascia di terra che precede il deserto del Sahara, e che attraversa il continente africano in tutta la sua larghezza, dal Senegal ad Ovest fino al Sudan ad Est. Alle 7 qui il sole è già alto, filtra attraverso le tende scure, mi tira giù dal letto, come in un normale giorno di lavoro. Le preghiere del muezzin in questi giorni di Ramadan si scandiscono a intervalli regolari, chiamano l’ora dell’Iftar al tramonto, il momento della rottura del digiuno. L’altra sera un carissimo amico ciadiano, Brahim, che ha studiato e lavorato per molti anni in Italia, mi ha invitato a casa sua per festeggiare questo momento con lui e alcuni parenti ed amici. Brahim è un ragazzo ormai cresciuto, il cui stile di vita ha ormai abbracciato molti comportamenti occidentali, nel vestire, nel mangiare, nel consumare alcolici. Eppure in questo mese, sacro per i musulmani, lui si sente più pio, mi racconta, sente un bisogno speciale di riflettere, di pregare, di vivere come chi non si può permettere più di un pasto al giorno. E mi spiega come il tempo del Ramadan è un tempo particolare, diverso, a se stante. Spesso, anche chi non è credente vi partecipa, qui in Ciad, e così la religione diventa un fattore che tiene assieme la società tutta, in un momento politico-economico dove invece gli elementi di disgregazione sembrano prevalere.

Lavorare per le Nazioni Unite in questo Paese, e specificamente per l’Alto Commissariato per i Rifugiati, ti mette di fronte a mille dilemmi. Quale sarà l’impatto che la mia presenza qui potrà dare, nell’arco dei due anni della durata della mia missione? Il tempo, qui nel Sahel, alle porte del deserto del Sahara, scorre inesorabile, sempre uguale, senza cambi di stagione a parte quando arrivano le grandi piogge. A volte le giornate sembrano lente, lentissime, scandite dalle immodificabili leggi della canicola del sole.

Qui la Francia è stata il colonizzatore indiscusso: l’Africa Equatoriale Francese comprendeva territori vastissimi e remoti, dal deserto del Sahara fino al Congo Belga. I fiumi Chari e Oubangui rappresentavano le principali vie di comunicazione, come ci racconta l’esploratore/funzionario coloniale Andre Gide quando viene mandato in missione in queste zone nel 1928. Oggi, dopo le indipendenze degli anni ’60, il Ciad e il Centrafrica, divisi da frontiere arbitrarie, rappresentano rispettivamente i Paesi 185 e 186 su 188 al mondo per indice di sviluppo umano. Il Lago Ciad, un tempo principale bacino idrico a cui si approvvigionavano milioni di persone in tutta l’Africa Centrale, si è ridotto fino quasi a scomparire, vittima dei cambiamenti climatici e della sovrappopolazione. La manna petrolifera, che ha fatto sognare il decollo economico negli anni ’90-2000, è finita, anche qui è arrivata l’austerity per Ministri e funzionari pubblici.

E tuttavia il Ciad è entrato in una nuova dinamica politico-internazionale negli ultimi mesi. A Settembre, il Governo riesce a convincere la comunità internazionale, in primis gli Stati, ma anche le principali istituzioni finanziarie internazionali e il settore privato, di aver intrapreso una seria diversificazione della sua economia, oltre cioè le sempre più  insufficienti rendite petrolifere e l’agricoltura, che occupa ancora oggi l’80% della popolazione attiva. Alla Table Ronde di Parigi, gli investitori promettono di finanziare il nuovo Piano Nazionale di Sviluppo 2017-2021 per 20 miliardi di dollari, più di quanto lo stesso Governo ciadiano si aspettasse.

Qualche settimana dopo, pero, il Governo subisce un grave smacco in seguito all’inserimento del Ciad tra i Paesi banditi dagli Stati Uniti di Donald Trump. Eppure, il Ciad di Idriss Deby è stato, durante l’ultima decade, il Paese africano che forse più di tutti ha impiegato risorse umane e materiali nella lotta contro il terrorismo internazionale, diventando il gendarme di fatto nell’Africa Centrale. L’esercito ciadiano ha infatti appoggiato varie missioni sui teatri di guerra in Repubblica Centroafricana e Mali, senza contare la lotta contro la setta islamista di Boko Haram attorno al bacino del Lago Ciad. Le rimostranze, da parte degli USA, pare siano legate all’insufficiente information-sharing a livello d’intelligence e al fatto che aerei trasportanti carichi di armi e droga con matricola ciadiana siano stati intercettati in posti sospetti.

A fine estate, in un incontro parigino con alcuni Presidenti europei, il Presidente Deby, insieme a quello del Niger, Issofou, si era già schierato chiaramente per regolare il flusso di migranti e rifugiati che dall’Africa centro-occidentale tenta di raggiungere l’Europa. A tale decisione politica sono poi seguiti accordi specifici bilaterali: la Francia di Macron è il primo Paese che, a partire da ottobre, ha accettato di accogliere 3,000 rifugiati da Ciad e Niger, evitando loro la pericolosa traversata irregolare del deserto del Sahara attraverso la Libia. Sulla falsa riga la Commissione Europea, incitata dall’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR), ha proposto la ripartizione di 50,000 rifugiati nei vari Paesi UE per il 2018, ma naturalmente l’accettazione è volontaria, e bisognerà quindi aspettare la luce verde dei Governi. Va ricordato che il Ciad accoglie oggi sul suo territorio più di 400,000 rifugiati, provenienti dal Darfur (Sudan), Repubblica Centroafricana e Nigeria, dato che lo colloca al 9° posto trai Paesi del mondo per numero di rifugiati.

La crisi economica che da tempo colpisce il Paese è in ogni caso lontana dall’esaurirsi: il numero dei disoccupati aumenta, mentre funzionari e militari mal pagati scioperano a ripetizione. Sporadiche ribellioni alle frontiere libiche e sudanesi riprendono vigore, minacciando il regime di Deby ormai al potere da oltre 25 anni. Le crisi in Centrafrica e nel bacino del Lago Ciad continuano ed anzi vari nuovi focolai di ribellione nascono in aree remote, mettendo in pericolo l’intera stabilità della regione sahelo-sahariana.

La gente comune tira avanti come può, ma se povertà e fame toccano strati sempre più ampi della popolazione, come non immaginare una rivolta generalizzata? Come giustificare la pace sociale nel quotidiano scorrere degli eventi se sempre più famiglie non hanno alcuna prospettiva di farcela, di progredire nella scala sociale, di far studiare i figli? Ce lo chiediamo, a volte, a cena, tra i gruppi di noi espatriati di N’Djamena, lamentandoci il più delle volte per il caldo insopportabile, per il razionamento della corrente elettrica, per i guasti al generatore, per la debole connessione a internet. E ancora, per le difficoltà a far avanzare certi dossiers importanti insabbiati tra i tavoli dei Ministeri, per la mancanza di professionalità di certi colleghi, per la scarsità delle risorse umane, per l’incapacità di far passare certi messaggi chiave tra i decision makers, e di concatenare gli eventi, secondo la nostra logica consequenziale. E ce ne andiamo ognuno a casa propria, a fine serata, spesso con un senso di impotenza, magari finendo a discutere di dove andremo a finire dopo il Ciad, nel mondo della cooperazione internazionale.  Sentiamo tutti il bisogno di cambiare aria, per andare verso un Paese ‘più facile’, dove i servizi funzionano e il clima sia più mite. Le domande di fondo faticano a trovare risposte, mi lasciano l’amaro in bocca.

E tuttavia le fedi diverse, in questo Paese, esistono e convivono pacificamente, facendo parte della realtà quotidiana della gente del Ciad. E questa stessa gente, con questi livelli di povertà, accoglie, a volte nelle proprie case, da quasi 15 anni, oltre 400,000 rifugiati che sono scappati da guerre come quelle del Darfur, della Repubblica Centroafricana, di Boko Haram in Nigeria. Ecco un paio di lezioni che il Ciad mi ha insegnato, e che porterò via con me, quando me ne andrò. In un’epoca in cui crescono ovunque i muri per proteggersi dagli immigrati, specie se musulmani, vivendo qui ti puoi rendere conto di come l’Occidente è sempre a rischio di dimenticare gli insegnamenti migliori della propria storia.

 

Apparso in un versione differente nella rivista Confronti


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