max weber

Il pensiero politico di Max Weber tra passato e futuro

“Interessi (materiali e ideali), e non idee,

governano immediatamente l’agire dell’uomo.

Ma assai spesso le “immagini del cosmo” create

dalle idee hanno determinato, come

degli scambisti, la strada sulla quale la

dinamica degli interessi ha mosso l’agire.”

Max Weber

 

Introduzione

Il confronto con il pensiero dei classici costituisce una fonte inesauribile di stimoli e spunti per comprendere la realtà contemporanea. Con il passare del tempo, quelle riflessioni che erano scaturite dall’analisi di un contesto geografico e temporale preciso, sembrerebbero prendere quota, astrarsi da quelle circostanze per diventare metastoriche, universali. Eppure, il riferimento ai classici rischia di offrire una parte limitata della sua potenzialità se esso non indugia in un’analisi attenta delle circostanze a partire dalle quali le riflessioni tramandateci sono scaturite. L’universalità del pensiero dei classici non deriva tanto dall’eccezionalità di quelle circostanze quanto dall’acume con cui esse sono state indagate. Cogliere pienamente la forza di quelle riflessioni richiede di ripercorrere la loro gestazione, seguire i passi che dalle vicende particolari hanno condotto ai pensieri più generali, quelli capaci di trascendere il loro tempo e parlare alla generazioni future.

Il pensiero politico di Max Weber è, in questo senso, un caso paradigmatico. Le sue riflessioni in quest’ambito, che non era il più aderente alle sue indagini scientifiche, scaturiscono dal suo appassionato interesse per le vicende della Germania post-Bismarckiana: l’eredità del cancelliere di ferro, l’ascesa economica e militare del paese, l’emergere della questione sociale, la guerra. Eppure, la profondità del suo sguardo non si ferma alle vicende spicce, alle colpe dell’uno, o ai successi dell’altro, essa scava nella complessità dei processi, riflettendo sulle cause e le conseguenze, sulle implicazioni e le possibilità. Il suo sforzo si beneficia di quell’impostazione mentale scaturita dalle sue meditazioni metodologiche. Nel pensare ai problemi politici, Weber non applica idee preconcette o valori astratti. Il principio avalutativo lo spinge ad evitare ideologismi, a pensare le strategie più efficaci per porre rimedio ai problemi senza badare alla congruità di esse con la dottrina di moda. Questo percorso lo porta a criticare in modo impietoso le teorie politiche del suo tempo. Alla luce della sua razionalità analitica molte delle premesse che sostentavano l’ideologia liberale o quella democratica appaiono prive di sostento.

Ripercorrendo il pensiero politico di Weber, risulta inevitabile pensare alle vicende contemporanee. I problemi che preoccupano il sociologo tedesco, in massima parte, sono quelli oggi: l’inadeguatezza delle classi dirigenti, la scarsa legittimità delle decisioni politiche, la distanza tra governanti e governati, i rischi connessi ad un governo sempre più dominato da logiche tecnocratiche incapaci di individuare di una “causa” profonda che sia capace di indirizzare l’agire politico. Se il principio fondamentale del metodo weberiano è quello dell’avalutatività, pensando alle questioni politiche in un mondo sempre più “disincantato”, Weber segnala la necessità di valori, ideali e mete che trascendano il puro scopo funzionale e materiale di ogni scelta. È nell’equilibrio fra legittimità legale-razionale e legittimità carismatica, che egli individua la chiave per una politica futura che, diventando sempre più efficiente, non perda tuttavia la propria anima.

Contesto storico e politico della riflessione weberiana

Quando, il 29 settembre del 1918, i vertici militari del Reich chiedono al governo del Principe Max von Baden di chiedere l’armistizio in base ai 14 punti di Wilson e la parlamentarizzazione, Max Weber rimane sconcertato dalla scelta di Luddendorff. La guerra era persa come egli aveva previsto già nel febbraio del 1917, quando era stata decisa la dissennata strategia della guerra sottomarina illimitata. Di fronte alla sconfitta, tuttavia, Weber ritiene che la Germania debba rifiutare il ruolo di unica colpevole del conflitto e che per essa sia ancora possibile uscirne a testa alta.

Weber non è tra coloro che nell’ora della disfatta addossa tutta la colpa ai vertici militari. Pur avendo attaccato duramente le loro scelte durante la guerra, egli ritiene che, nell’ora della sconfitta, sia un atteggiamento vile quello di cercare capri espiatori. Per lui, al contrario, diventa indispensabile interrogarsi sulle ragioni profonde della sconfitta e, da questo punto di vista, il suo pensiero era già molto avanzato. L’evoluzione della guerra e la sua conduzione da parte dei vertici politici e militari erano state seguite da Weber con grande passione e lucidità. Pur essendo coinvolto emotivamente e partecipando direttamente ai dibattiti esprimendo forti idee nazionalistiche, egli non perse mai la capacità di leggere gli eventi con sguardo scientifico. Anche se ai suoi occhi la guerra era una prova inevitabile che la Germania aveva dovuto affrontare per affermare la sua potenza a livello mondiale, egli aveva visto con chiarezza la mancanza di una classe politica capace di condurre la nazione verso quest’obiettivo. Ai vertici del Reich non vi erano uomini portatori di quelle qualità che lui riteneva fondamentali per la guida politica: passione, responsabilità e lungimiranza. Vi erano, invece, dilettanti che agivano senza una vera “causa”, inseguendo, piuttosto, vanità e prestigio.

Fin dal primo giorno, la situazione diplomatica con cui la Germania era entrata in guerra, rese Weber pessimista sull’esito della stessa. La gestione dei rapporti con gli alleati e coi nemici era stata condotta senza la necessaria prudenza e pianificazione, erano prevalsi furore ed irrazionalità, orgoglio ed aggressività. Lo stesso Imperatore, con le sue dichiarazioni in pubblico, complicava il lavoro dei negoziatori, fino al punto di comprometterlo in diverse occasioni. La condizione di “accerchiamento” in cui si trovava la Germania sollevava questioni di difficile soluzione, vi erano, nelle parole di Weber, “compiti di sicurezza ad ovest e compiti di civiltà ad est”[1]. Districarsi in mezzo a tali complessità senza inimicarsi tutti i paesi vicini e mantenendo fede ai patti contratti con le forze alleate, richiedeva una politica accorta e moderata, capace di vedere oltre il beneficio immediato.

Il dibattito sulla guerra sottomarina ed infine la decisione del Cancelliere Bethmann-Hollweg di acconsentire ai piani dei vertici militari convinsero definitivamente Weber non solo della inadeguatezza di coloro che detenevano il potere, ma, ancor più gravemente, di quel sistema politico che ne aveva permesso l’ascesa. L’entrata in guerra degli Stati Uniti avrebbe portato ad una sconfitta certa, soltanto la demagogia irrazionale dei nazionalisti di destra e dei pan-tedeschi poteva sperare in un esito diverso. Lo stesso Bethmann-Hollweg era cosciente di questo, così come della gravità della situazione sociale interna. Per queste ragioni, negli anni precedenti alla guerra, egli aveva sostenuto la necessità di ambire ad obbiettivi più modesti all’estero e di adottare alcune cruciali riforme volte a garantire la “pace civile” all’interno. La scelta di accantonare ogni riforma e di procedere nella guerra sottomarina illimitata erano il segno che la sua guida politica era debole. Il condizionamento da parte di quei settori della società che volevano che la guerra andasse avanti indefinitamente per soddisfare i propri interessi economici o per paura di quelle riforme interne che solo una vittoria totale, ai loro occhi, poteva scongiurare, era stato determinante.

Come previsto da Weber, la sconfitta arrivò e con essa anche la totale delegittimazione del regime politico che l’aveva determinata. La situazione interna precipitò già nel novembre del 1918 con lo scoppio della Rivoluzione dei Consigli nelle città di Monaco e Berlino. Al problema fondamentale che era stato al centro della sua riflessione fin dai primi anni, l’assenza in Germania di una borghesia responsabile e di un sistema politico che permettesse la selezione dei capi in grado di elevare la nazione a potenza mondiale, si aggiungeva ora un problema di portata ancora più ampia. Se quella “legittimità storica dei poteri”[2] sulla quale aveva trovato fondamento il regime monarchico si era esaurita, si doveva individuare, e con una certa urgenza, un nuovo tipo di legittimità sul quale si potesse fondare un nuovo ordinamento politico. In tempi di razionalizzazione del mondo, questo nuovo fondamento non poteva più fare riferimento né alla tradizione, né tanto meno alla religione: tutte e due, per ragioni diverse, avevano perso ogni autorità politica.

La riflessione su queste questioni, scelta dei capi e legittimità della politica, non poteva per Weber essere scollegata da uno altro dei temi centrali delle sue ricerche, il processo di burocratizzazione delle società moderne. Al tempo stesso in cui il sociologo tedesco s’interrogava sulle possibili soluzioni ai problemi politici della Germania, egli avvertiva i rischi di una strada che, sull’onda del razionalismo imperante, rischiava di dimenticare la multidimensionalità del fenomeno politico riducendolo a mero fatto amministrativo. A questo proposito, egli si chiedeva come fosse possibile proteggere la società da quella “gabbia della servitù del futuro”[3] in cui l’avanzata della burocrazia in ogni ambito della vita sociale la stava portando.

Negli scritti che Weber produsse dal 1918 e fino alla sua morte egli delineò il modello della “democrazia plebiscitaria del capo”. In esso trovarono una sintesi e una risposta i grandi temi della sua riflessione. Attraverso la trattazione delle tre tematiche centrali che abbiamo anticipato, selezione/natura dei capi, legittimità della politica e burocratizzazione, percorreremo i tratti fondamentali della riflessione politica di Weber e delineeremo gli aspetti principali di quel modello che egli escogitò pensando ad una soluzione possibile alle questioni sollevate.

Selezione e natura dei capi

La figura di Otto von Bismarck aveva dominato la politica tedesca in modo incontrastato da quando, nel 1862, Guglielmo I, non riuscendo a venire a capo dell’opposizione parlamentare, lo aveva nominato Cancelliere. Rappresentante illustre della nobiltà terriera prussiana, gli Junker, Bismarck era riuscito, con abilità ed intelligenza politica eccezionali, ad unificare la Germania e a costruire l’Impero. Con la stessa abilità il “cancelliere di ferro” era riuscito, “sfruttando con maestria lo ‘spettro rosso’ al fine di intimidire e sconfiggere il liberalismo, a stringere le forze borghesi nel dissidio fra i loro obbiettivi costituzionali liberali e il desiderio di conservare le loro posizioni economiche e sociali, che si presumevano seriamente minacciate.”[4]

L’uscita di scena di Bismarck coincise con l’inizio dell’attività intellettuale di Max Weber. La figura straordinaria del Cancelliere che aveva creato l’Impero, inevitabilmente affascinò il giovane Weber, che però si avvide presto dei limiti della sua opera. Nella Prolusione Accademica tenuta nel luglio del 1895 all’Università di Friburgo egli sottolineò: “Alla testa della Germania per un quarto di secolo è stato l’ultimo e il più grande degli Junker, e la tragicità che unitamente alla ineguagliabile grandezza ha caratterizzato la sua carriera di statista e che ancor oggi sfugge allo sguardo di molti, i nostri posteri la scorgeranno nel fatto che sotto di lui l’opera delle sue mani, la nazione cui egli diede l’unità, mutò lentamente e irresistibilmente la propria struttura economica fino a diventare un’altra, divenne un popolo che doveva esigere altri ordinamenti, del tutto diversi da quelli che egli poteva dare e ai quali solo la sua natura cesarea sapeva conformarsi e adattarsi. In ultima analisi, è stato proprio questo fatto che ha causato il fallimento parziale dell’opera della sua vita. Infatti, quest’opera avrebbe dovuto portare non solo all’unificazione esteriore ma anche a quella interna della nazione, e ognuno di noi sa che questo non si è raggiunto.”[5]

La creazione dell’Impero e la forte crescita economica che ne era seguita avevano mutato radicalmente la società tedesca. Nell’arco di pochi anni la tradizionale società rurale aveva lasciato spazio ad una galoppante società industriale. Allo stesso tempo, quel cumulo di piccoli regni, fino allora insignificanti nel panorama internazionale, avevano ora un ruolo di primo piano fra le grandi potenze europee. I cambiamenti della struttura socio-economica e il nuovo ruolo internazionale sollevavano in modo pressante il problema di chi avesse dovuto assumere la direzione politica. Quella classe sociale che storicamente aveva tenuto le redini dello Stato, l’aristocrazia terriera, attraversava un processo d’inesorabile declino, mentre la classe sociale in ascesa, la borghesia, che si candidava naturalmente alla direzione politica del nuovo stato, si presentava ancora immatura. A questo proposito Weber scriveva con chiarezza: “E’ pericoloso e a lungo andare inconciliabile con l’interesse della nazione il fatto che una classe economicamente in declino detenga il potere politico. Ma ancora più pericoloso è il fatto che delle classi verso le quali si sposta il potere economico e con essa la prospettiva del potere politico, non siano ancora politicamente mature per la guida dello stato. Ai nostri giorni, la Germania è minacciata da entrambe le cose, ed è questo il motivo per cui attualmente corriamo un serio pericolo in questa situazione.”[6]

La nuova sfida dell’Impero, quella di proiettare la sua potenza a livello mondiale, richiedeva una direzione forte e capace. Ma era davvero la nuova classe sociale in grado di assumersi tale responsabilità e di produrre i capi con le capacità necessarie? Weber diffidava della possibilità della nascente borghesia tedesca. I più di trent’anni di governo “personale” da parte di Bismarck avevano privato la nuova classe di quell’esperienza politica che avrebbe reso possibile la sua maturazione. Questa circostanza rendeva imprescindibile un’“immenso lavoro di educazione politica.”

In particolare sono due i problemi sui quali Weber concentra la sua attenzione. Da una parte, egli s’interroga su come sia possibile riformare il sistema politico in modo che sia esso stesso a favorire la formazione e la selezione dei capi. Dall’altra, su quali debbano essere le qualità che l’uomo politico debba avere per assolvere il proprio gravoso compito.

È per rispondere al primo problema, che Weber sostiene la necessità della parlamentarizzazione, della soppressione del diritto prussiano delle tre classi e della democratizzazione del sistema politico della Germania. “Tali riforme dovevano servire a staccare gli strati conservatori-feudali dal potere[7], inoltre la democrazia parlamentare doveva favorire la selezione di quelle personalità capaci di divenire capi politici. L’esposizione delle proprie idee nell’arena pubblica e nell’aula parlamentare, l’utilizzo della demagogia (intesa nel suo senso positivo) e il dibattito con i rivali politici erano indispensabili per la formazione e auto-selezione dei leader politici. É a proposito di questi “scopi pratici”: ampliamento della partecipazione, selezione dei capi, educazione politica, che Weber sosteneva la necessità di volgere verso un regime democratico. La sua non era, dunque, una scelta costruita in conformità a un giudizio di valore, bensì a una ponderazione in relazione ad uno scopo. La democrazia non era per lui un sistema politico più “degno” rispetto agli altri, come ritenuto dalla teoria democratica classica fin da Rousseau, ma, più semplicemente, un sistema politico più efficiente rispetto a quello che lui riteneva dover essere lo scopo della politica tedesca: la potenza mondiale. Questa concezione pragmatica della democrazia, se si vuole “funzionale”, mostra come per Weber essa non fosse un bene in sé, ma, piuttosto, un utile mezzo per la selezione dei capi e il raggiungimento degli obbiettivi politici dello stato.

Il secondo problema, quello riguardante la natura del capo politico, fu affrontato da Weber in diverse occasioni ma in particolare nella conferenza La politica come professione, tenuta a Monaco nel gennaio del 1919. In quella che è probabilmente la conferenza più conosciuta del sociologo tedesco, egli si domanda esplicitamente: che natura deve avere il capo politico, quali caratteristiche fondamentali? A parer suo, tre sono le qualità imprescindibili che non possono mancare: passione, senso di responsabilità e lungimiranza.

Passione nel senso di “dedizione appassionata ad una “causa”, al Dio o al demone che la dirige.[8] Senza questa, ogni ostacolo risulterebbe gravosissimo, e le sconfitte, che in politica sono molte, sembrerebbero insormontabili. In uno dei passaggi più belli della conferenza, Weber rileva: “La politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È certo del tutto esatto, e confermato da ogni esperienza storica, che non si realizzerebbe ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile. Ma colui che può farlo deve essere un capo e non solo questo, ma anche – in un senso assai poco enfatico della parola – un eroe. Pure coloro che non sono né l’uno né l’altro devono altresì armarsi di quella fermezza interiore che permette di resistere al naufragio di tutte le speranze, già adesso, altrimenti non saranno in grado di realizzare anche solo ciò che oggi è possibile. Soltanto chi è sicuro di non cedere anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, soltanto chi è sicuro di poter dire di fronte a tutto questo: “Non importa, andiamo avanti”, soltanto quest’uomo ha la “vocazione” per la politica”.

La passione, tuttavia, da sola non può essere bastare. A questa deve necessariamente aggiungersi la responsabilità, cioè la capacità di misurare e prevedere le conseguenze delle azioni. Se la causa deve fungere come “stella polare decisiva dell’agire”[9] che permette di non perdere la direzione anche nel mezzo delle difficoltà e lo sconforto o anche quando sia necessario prendere qualche deviazione, solo una ponderazione continua delle cause e degli effetti, delle implicazioni di ogni scelta fatta o non fatta permettono di tenere insieme la barca e il suo equipaggio, di superare gli ostacoli, di vincere i nemici.

Infine, il politico deve possedere lungimiranza, cioè: “la capacità di far agire su di sé la realtà con calma e raccoglimento interiore, dunque, la distanza tra le cose e gli uomini.”[10] L’incapacità di attendere, di guardare oltre il beneficio immediato in previsione di quelli futuri, di valutare le conseguenze delle proprie azioni in una prospettiva temporale ampia rederebbero il capo facile preda dell’immediatismo, della vanità, della sottovalutazione. Per Weber, colui che inseguisse soltanto la volontà di potere senza una causa, che agisce per principio ma senza responsabilità, che cercasse il risultato immediato senza guardare oltre il più vicino orizzonte, commetterebbe in politica degli “errori mortali.”

Legittimità della politica

Se la democratizzazione era necessaria per fornire lo stato di capi in possesso delle caratteristiche indispensabili per assumerne la guida della Germania di fronte alle nuove sfide, risulta evidente che la teoria democratica weberiana si costruisce a partire da uno scopo pratico e non per esempio su un supposto diritto naturale degli individui. La “democratizzazione è una tecnica per addestrare capi politici e per mettere a loro disposizione canali ascesa.”[11]

La sconfitta in guerra fu per Weber un’ulteriore dimostrazione del carattere dilettantistico dei politici tedeschi e della necessità di drastiche riforme istituzionali. Se, fino a quel momento, tuttavia, le riforme che egli aveva pensato si limitavano all’estensione del suffragio e la parlamentarizzazione del Reich, l’esito del conflitto e lo scoppio della rivoluzione, cambiò radicalmente la dimensione della questione. La “legittimità tradizionale”, incarnata dalla monarchia, sulle cui spalle si era costruito lo stato tedesco aveva perso ogni possibilità di persistere, le riforme necessarie erano ora di portata ben più radicale. Ne La Futura forma istituzionale della Germania, Weber, pur sostenendo che la soluzione istituzionale più duttile fosse la monarchia parlamentare, riconosceva che “la dinastia prussiana – e con essa anche le altre dinastie – è così gravemente screditata che ormai il suo mantenimento non potrebbe più essere patrocinato per via di possibili considerazioni tecnico-statuali.”[12] Si poneva allora il problema di pensare ad un modello repubblicano tenendo conto che anche il Parlamento era rimasto molto screditato dagli eventi. Su quali basi legittimare il nuovo potere?

Ne La Politica come Professione Weber aveva distinto tre tipi puri di legittimità del potere politico: il potere tradizionale, cioè “l’autorità dell’eterno ieri” basato sulla tradizione e sul costume; il potere carismatico, l’autorità cioè “del dono di grazia”, quella degli eroi e dei condottieri carismatici; ed infine il potere legale, l’autorità della norma razionalmente statuita.[13] Gli eventi storici avevano distrutto in Germania la legittimità tradizionale incarnata dalla monarchia. Rimanevano dunque due possibili legittimità per il potere nel “nuovo” Reich, o quella carismatica o quella razionale.

Weber sottopose ad una critica impietosa le moderne teorie liberali e democratiche, così come la teoria dello “Stato di diritto” e la sua fondazione giusnaturalistica. “Il processo di ‘disincantamento del mondo’ non si arrestava nemmeno dinanzi alle teorie liberali e democratiche.”[14] Secondo lui “l’assiomatica del diritto naturale non poteva essere ancora in grado, nelle condizioni del capitalismo sviluppato, di offrire delle prescrizioni univoche per la costruzione di un ordinamento sociale.”[15] La razionalità formale del diritto, inoltre, costituiva un “presupposto sostanziale dei calcoli borghesi e risiedeva perciò nell’interesse delle classi borghesi. Una società proletaria non aveva perciò nessun interesse diretto verso un tipo siffatto di ordinamento giuridico formale e razionale, ad esso avrebbe potuto preferire i principi della razionalità materiale, ‘diritto al pieno lavoro’, ‘diritto al pieno ricavo del lavoro’.”[16] Per Weber, dunque, anche la legittimità legale-razionale dello “Stato di Diritto” nella sua forma classica non era più possibile. Da una parte, la crisi della fede nel diritto naturale su cui si basava e, dall’altra, il suo carattere di classe, minavano la sua credibilità e obbligavano alla ricerca di nuove forme di legittimazione.

Nell’ottica weberiana, ogni scelta politica poteva essere presa sulla base di due tipi di razionalità diverse: quella rispetto allo scopo e quella rispetto al valore. Nel primo caso, l’agire trova giustificazione nel risultato di una valutazione logico-funzionale che permettesse di stabilire la strategia migliore per raggiungere un determinato obiettivo. Nel secondo caso, l’agire trova giustificazione nell’esistenza di un principio o un valore che si vuole sia rispettato. Per tutte e due i tipi di razionalità è necessario un presupposto, nel prima caso l’esistenza di uno scopo e nel secondo quello di un valore.  Secondo Weber, il processo di razionalizzazione del mondo ha messo in crisi soprattutto il secondo tipo di razionalità. In ambito politico, l’idea dell’esistenza di diritti naturali, per esempio, sulla quale si erano costruite la maggior parte delle teorie liberali e democratiche, alla luce della fredda analisi razionalistica, risultava difficilmente sostenibile. Se dunque veniva a mancare il presupposto, in conformità a quale criterio sarebbe stato possibile adottare e legittimare politiche valoriali? E se questo era il caso, poteva esistere un ordinamento basato solo su scelte in base agli scopi? Per Weber un “sistema di norme di carattere formale non era sufficiente a fondare una vera legittimità, a suo parere doveva aggiungersi una fede.”[17]

Il problema della legittimità, come si vede, assume per Weber le forme di un complesso rebus. Se da un lato quella tradizionale era compromessa e dall’altra quella legale-razionale mostrava i propri limiti essendo incapace di offrire un orientamento valoriale, si rendeva necessario riflettere su ruolo della legittimità carismatica.

Burocratizzazione

A questo problema, quello della difficoltà di costruire un sistema politico legittimo, si collegava nell’analisi weberiana quello dell’avanzata del processo di burocratizzazione dalla società. L’applicazione delle tecniche razionali di produzione e di risoluzione dei problemi ad ogni aspetto della vita societaria, unitamente alla diffusione di burocrazie in possesso di tali tecniche, stavano cambiando in modo radicale ogni ambito del vivere comune. Infatti “la superiorità tecnica del meccanismo burocratico è indiscutibilmente quanto la superiorità delle macchine utensile sul lavoro manuale.”[18] L’operaio, l’impiegato, il funzionario erano parte integrante di un ingranaggio, di una macchina, di cui speravano soltanto di diventare una rotella più grande.

Inevitabilmente, la logica burocratica aveva pervaso anche la sfera dell’amministrazione pubblica e della politica. Weber, ispirato dalle analisi di Moisei Ostrogorsky fu fra i primi ad analizzare le conseguenze della formazione di macchine-partito. Il perfezionamento sempre maggiore di tali macchine costruiva le condizioni perché il potere politico fosse sempre di più in mano a funzionari senza una “causa”, che agivano in modo estraneo a qualsivoglia passione politica. A questo processo, al meno in Germania, aveva senz’altro contribuito il ruolo totalmente marginale del Parlamento. Se nell’architettura istituzionale, all’assemblea non era riservato un ruolo in alcun modo determinante per la gestione del potere, fra le sue pareti non poteva aver luogo nessuna genuino scontro, nessun confronto sulle idee, ma soltanto la ricerca di prestigio personale o la volontà di rappresentare determinati interessi economici. Già nel 1909, nel suo intervento Sulla Burocrazia, Weber si domandava: “Cosa abbiamo da opporre a un tale meccanismo per lasciare libera una piccola parte dell’umanità dalla parcellizzazione dell’anima?”[19]

La democrazia plebiscitaria del capo

La Germania, uscita sconfitta dalla guerra e travolta dalla rivoluzione, si trovava di fronte alla necessità di ricostruire velocemente un sistema politico che potesse riportare il paese sotto controllo ed affrontare le trattative di pace con le potenze vincitrici. Molti erano i problemi sul tavolo: la monarchia era crollata e con essa le classi sociali che avevano tenuto le redini dello stato; la “minaccia rossa” era più che mai attuale; la borghesia stentava ad assumersi quelle responsabilità politiche che le erano affidate dal peso economico conquistato.

Weber che, per superare la crisi, aveva ritenuto sino a quel momento sufficiente la democratizzazione del sistema vigente, di fronte alla radicalità dei mutamenti, ruppe gli indugi ed avanzò la proposta di un modello politico che condensava tutti gli spunti della sua riflessione politica: la democrazia plebiscitaria del capo. Ne La futura forma istituzionale della Germania e Il Presidente del Reich, apparsi rispettivamente nel 1918 e nel 1919, egli sostenne la necessità per la Germania di una forma istituzionale repubblicana, presidenziale e plebiscitaria. Come suggerito dall’ultimo aggettivo, il Presidente del Reich sarebbe stato eletto direttamente dal popolo. Le ragioni portate da Weber a sostegno di tale scelta erano molteplici. L’elezione diretta del capo di stato avrebbe obbligato ogni potenziale candidato ad andare alla ricerca del consenso sul campo di battaglia elettorale. Questo a sua volta avrebbe favorito l’instaurarsi di un efficace processo di selezione dei capi all’interno dei partiti, contrastato gli effetti del processo di burocratizzazione e stimolato la maturazione politica della nazione. La competizione e la lotta per la leadership nei partiti, prima, e la corsa per la presidenza in un momento successivo, avrebbero portato al vertice figure dotate di quelle qualità di cui l’uomo politico non può prescindere.

Ecco che nel disegno weberiano il ruolo del carisma trova alla fine una collocazione nodale. La legittimità del potere, nello schema da lui immaginato, sarebbe stata doppia, allo stesso tempo legale e carismatica. La dualità fra burocrazia e democrazia plebiscitaria, l’una portatrice del legalismo formale e l’altra, attraverso la figura del capo carismatico, di valori, avrebbero permesso al sistema politico di coniugare efficienza e vitalità. In tale modo, le tendenze meccanizzanti della burocrazia sarebbero state superate grazie all’indirizzamento valoriale impresso dal capo e dal suo carisma “creatore di valori”[20]; allo stesso modo, la tendenza accentratrice e possibilmente autoritaria del potere carismatico sarebbe stata tenuta a bada dal potere legale, incarnato dalle burocrazie dello stato.

In questo modo, Weber tenta di rifondare l’ideale democratico su basi diverse da quelle del diritto naturale. Il capo carismatico plebiscitario, capace di decidere autonomamente la sua “causa” in politica, diventava la guida che, attraverso le sue straordinarie capacità demagogiche, poteva convincere il popolo della giustezza delle sue idee e dei suoi valori. In tale modo, le scelte politiche e la politica trovavano una legittimazione diversa da quella puramente legale-razionale a cui faceva capo la burocrazia. Il popolo riconosceva nel capo carismatico una speciale vocazione per la politica e dunque si affidava a lui compiendo un atto di fede. La passione del capo e la sua libera scelta di una “causa”, inoltre, avrebbero limitato quelle tendenze in atto che stavano irrigidendo l’ordinamento sociale e limitando sempre di più la libertà d’iniziativa e di pensiero degli individui.

Conclusione

L’affermarsi di quella che Weber definiva una “società proletaria” richiedeva lo sviluppo e l’implementazione di un sistema politico capace di andare incontro alle nuove sfide. Per il sociologo tedesco, particolare attenzione rivestiva il problema della legittimazione del nuovo ordinamento. Senza legittimità, nessun regime sarebbe stato capace di affrontare anche la più piccola difficoltà. Il problema era, e rimane, tutt’altro che semplice. Nella Germania di Weber, la storia aveva portato alla delegittimazione delle classi dirigenti storiche escludendo la possibilità di costruire il nuovo ordinamento sulla base di forme di legittimità tradizionale. Il processo di razionalizzazione e burocratizzazione di ogni aspetto del vivere sociale minava la credibilità sia di quei costrutti razionalistici che si basavano su presupposti fideistici, pensiamo allo “stato di diritto”, sia di quelle forme di razionalità costruite a partire da valori assunti in modo aprioristico. Una legittimazione che volesse essere rigorosamente legale-razionale, tuttavia, sollevava la questione di come offrire un orientamento valoriale alla società. Come si è evidenziato, una razionalità esclusivamente basata sugli scopi esponeva ad un duplice rischio: quello di una scelta “erronea” di questi, come di lì a poco la stessa vicenda tedesca avrebbe mostrato; o quello della scelta di obbiettivi alla lunga incompatibili con ogni equilibrio sistemico, come avviene nella società del benessere con la moltiplicazione ad infinitum dei desideri sociali a scapito, per esempio, di ogni sostenibilità ecologica. Come se non bastasse, la via legale-razionale contribuiva ad accentuare quel processo di ‘disicantamento del mondo’ che Weber avvertiva con grande preoccupazione. Il senso del vivere sociale rischiava di essere smarrito.

La proposta di Weber, che non smette di sorprendere per la lungimiranza con cui anticipa i problemi delle democrazie contemporanee, pensiamo alle derive tecnocratiche, alla disaffezione dell’elettorato, alle difficoltà della politica ad offrire soluzioni equilibrate che sfuggano all’immediatismo, cerca, attraverso un difficile esercizio di ponderazione, di prospettare un’alternativa. Egli auspica la possibilità di combinare in quella che lui chiama la “democrazia plebiscitaria del capo” forme di legittimità legale-razionale e di legittimità carismatica. In questo modo, il funzionalismo asettico della prima sarebbe stato bilanciato con la carica valoriale ed emotiva della seconda.

Bibliografia

  • Aron Raimond, Le tappe del pensiero sociologico, Mondadori, Milano, 1989.
  • Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993.
  • Weber Max, Scritti Politici, Niccolò Giannotta Editore, Catania, 1970.
  • Weber Max, La Politica come Professione, Edizioni Comunità, Torino, 2002.
  • Weber Max, Economia e società, Edizioni Comunità, Torino, 2002.

 

[1] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p325.

[2] Weber Max, Scritti Politici, La forma istituzionale della Germania, Niccolò Giannotta Editore, Catania, 1970. p. 298.

[3] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p.601.

[4] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p.576.

[5]  Weber Max, Scritti Politici, Lo Stato Nazionale e la Politica Economica Tedesca, Niccolò Giannotta Editore, Catania, 1970. p. 102.

[6] Ibid. p. 101.

[7]  Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p.577.

[8] Weber Max, La Politica come Professione, Edizioni Comunità, Torino, 2002. p. 94.

[9] Ibid. p. 95.

[10] Ibid. p.95.

[11] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p. 582.

[12] Weber Max, Scritti Politici, La forma istituzionale della Germania, Niccolò Giannotta Editore, Catania, 1970. p. 297.

[13] Weber Max, La Politica come Professione, Edizioni Comunità, Torino, 2002. p. 46.

[14] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p. 578.

[15] Ibid. p. 578.

[16] Ibid. p. 579.

[17] Ibid. p. 584.

[18] Weber Max, Scritti Politici, Sulla burocrazia, Niccolò Giannotta Editore, Catania, 1970. p. 113.

[19] Ibid. p. 113.

[20] Mommsen W. J., Max Weber e la politica tedesca, Il Mulino, Bologna, 1993. p. 594.

 

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