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Elezioni in Spagna: il colpo di coda della normalità

Il decano della stampa spagnola Iñaki Gabilondo ha definito i risultati elettorali di domenica scorsa come “la vittoria della politica minima, della piccola contabilità, delle grandi questioni che non si affrontano mai.” Si tratta del commento amareggiato di un giornalista vicino al centrosinistra. Tuttavia è in grado di spiegare con una immagine il risultato di domenica scorsa: la vittoria della politica ordinaria.

Due erano le possibili novità alla vigilia delle elezioni: o il raggiungimento di una inedita maggioranza di centrodestra fra il Partido Popular di Mariano Rajoy e i Ciudadanos di Albert Rivera (svuotato di 8 seggi dal ritorno del PP) oppure il sorpasso della nuova sinistra di Pablo Iglesias ai danni del Partido Socialista Obrero Español. Si è verificata in parte solo la prima.

Secondo tutti i sondaggi, la nuova alleanza fra Podemos e la tradizionale Izquierda Unida avrebbe garantito a Iglesias l’egemonia della sinistra spagnola. Da un lato veniva parzialmente abbandonato il progetto trasversale dell’ala rappresentata da Iñigo Errejon, numero due della formazione viola, che avrebbe voluto portare Podemos sul trono della sinistra attraverso un deciso distanziamento dalle sue correnti più tradizionali e compromesse con il passato (i socialisti, ma anche i comunisti). Dall’altro si credeva che l’unione a sinistra avrebbe garantito la possibilità di negoziare con il PSOE da una posizione di forza. Con amarezza, Podemos e soci hanno dovuto imparare che in politica a volte l’unione nè somma, nè moltiplica, bensì sottrae. Nonostante la grande capacità di toccare le corde dell’elettorato, l’ alleanza Unidos Podemos ha perso più di un milione di voti rispetto alla somma delle due formazioni presentatesi separatamente nelle passate elezioni. Solo in extremis è riuscita a mantenere lo stesso numero di seggi, vedendo però il sorpasso ai socialisti come un miraggio. È probabile che Iglesias si sia spinto troppo in là nella definizione della “nuova sinistra” trovando un elettorato poco interessato alla sfida, o semplicemente confuso. Se da un lato l’ alleanza con i comunisti può aver sottratto i voti di quanti apprezzavano Podemos per la sua carica innovativa, è altrettanto probabile che molti comunisti non si siano riconosciuti nel tentativo di descrivere l’ alleanza come “nuova socialdemocrazia”, termine che è ancora oggi anatema in molti settori della sinistra spagnola.

Il PSOE di Pedro Sanchez veniva descritto da tutti i sondaggi come il terzo partito. Invece, la base socialista, fatta di sindacati, lavoratori a tempo indeterminato e localizzata soprattutto nel sud del Paese ha resistito meglio del previsto, evitando un umiliante sorpasso. Tuttavia, si tratterebbe dell’unico vero motivo per esultare. Il PSOE continua la sua lenta discesa in termini di seggi. Ne perde altri 5, stabilendo, per la terza elezione di fila, il proprio record negativo dall’inizio della democrazia. Il PSOE è ancora un partito senza progetto politico chiaro, diviso fra chi vuole intendersi con Podemos (e a livello municipale l’intesa esiste già, come a Madrid o Barcellona) e chi invece vede troppi rischi nell’alleanza con una sinistra “populista” e preferisce andare all’opposizione. Scelta che obbligherà comunque il PSOE a fare i conti con se stesso e a decidere se il PP di Rajoy deve poter governare grazie ad una astensione dei socialisti oppure se continuerà la situazione di blocco politico. Visti i risultati ottenuti dal PP, nei prossimi giorni la pressione delle istituzioni europee affinchè il PSOE permetta ai popolari di governare è destinata ad essere forte.

Che dire invece di Rajoy, questo politico timido, debole come ideologo, ma incredibilmente efficace nel vincere elezioni? Rajoy, ci era stato detto, usa poco e male le reti sociali, è un pessimo comunicatore, non tocca le corde dell’elettorato con parole roboanti come liberalismo o conservatorismo, non è per nulla carismatico. È insomma a tutti gli effetti il contrario di quello che oggi consigliano di essere tutte le società di marketing politico. Nonostante tutto questo, Rajoy ha guadagnato domenica sera, ancora una volta in barba ai sondaggi, ben 14 seggi confermando di essere la prima opzione degli spagnoli. Lo ha fatto con un repertorio di normalità e promessa di stabilità, merce rara in tempi di Brexit e aspirazioni di rigenerazione radicale della società. Non empatizza con le nuove generazioni e i loro desideri di una politica più “fresca e meno imballata”, ma raggiunge molto bene il cuore della Spagna centrale, quella delle piccole province in cui ci si assegnano, secondo il sistema elettorale spagnolo, la maggioranza dei seggi. La somma del PP e Ciudadanos avvicina il centrodestra alla maggioranza assoluta rendendolo l’opzione più praticabile. Ma non disponendo di altri alleati, sarà probabilmente obbligato a chiedere al PSOE l’astensione.

Alla sinistra tocca adesso leccarsi le ferite. Il PSOE deve decidere il proprio futuro e farsi portatore del rinnovamento della non sempre trasparente politica spagnola. Allo stesso modo, Podemos e il resto della sinistra spagnola, devono interrogarsi sulla propria strategia. Iglesias avrebbe potuto concedere l’astensione ad un governo PSOE-Ciudadanos nella passata legislatura. Avrebbe tradito una parte dei propri ideali, e creato un problema con i propri elettorati catalano e basco, entrambi a favore di un referendum sull’appartenenza alla Spagna. Avrebbe dato l’appoggio indiretto a quel tipo di centro-sinistra che si proponeva di combattere e avrebbe mandato giù il boccone amaro del liberalismo di Rivera. Ma avrebbe forse evitato un governo di Rajoy e il ritorno di una destra più debole sei mesi fa. La richiesta di riforme della società spagnola è forte, ma non univoca. Gli spagnoli non hanno concepito questo appuntamento come un secondo turno per far vincere chiaramente qualcuno. Continuano a chiedere quello che chiedevano sei mesi fa: riforme di compromesso, mediazione, dialogo fra visioni del mondo differenti.

Rajoy, il politico mediterraneo più simile per stile ed obiettivi ad Angela Merkel e anche il piu’ grande alleato della Cancelliera nel sud Europa, raccoglie i benefici di tali divisioni. Chi dice di voler mettere fine alle politiche di austerità dovrà fare i conti con un politico coriaceo che, come nessun altro, pare aver fatto propria la massima attribuita a Donoso Cortès: “governare è, prima di tutto, resistere”.

Published by: mentepolitica.it

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