EFE/Chema Moya

Podemos: scomessa persa?

I risultati delle ultime elezioni spagnole hanno visto il successo del PP di Mariano Rajoy e la relativa tenuta del PSOE che ha evitato il temuto sorpasso da parte dell’alleanza Unidos Podemos. Il mancato sorpasso, che avrebbe potuto cambiare gli equilibri nella sinistra spagnola, impone un’analisi del fenomeno Podemos, per cercare di capirne le potenzialità presenti e future.

Podemos nasce su iniziativa di alcuni politologi con un passato nelle fila della sinistra tradizionale di Izquierda Unida. La ricerca accademica di personaggi quali Pablo Iglesias, Iñigo Errejon o Juan Carlos Monedero si concentra nello studio delle “crisi di regime” che colpiscono vari paesi sudamericani in seguito alle misure di aggiustamento promosse dal FMI a partire dagli anni Ottanta. Come messo in luce da Ernesto Laclau, loro referente teorico principale, si parla di crisi di regime quando “i canali esistenti per veicolare le domande sociali perdono efficacia e legittimità.”[i] In paesi come Venezuela, Ecuador, e Bolivia l’impossibilità di mettere un freno alla dilagante disuguaglianza avrebbe favorito, a partire dalla fine degli anni Novanta, una crescente disaffezione verso le istituzioni rappresentative. È in questo contesto che si affermano vari movimenti di sinistra populista che, attraverso la costruzione di un’ idea univoca di popolo e  forti leadership plebiscitarie, promettono di realizzare un tipo di democrazia più sostanziale.[ii]

L’incontro con Laclau e Chantalle Mouffe (fra gli altri) spinge i futuri leaders di Podemos a sviluppare una posizione critica rispetto al marxismo classico, ritenuto responsabile di non aver riflettuto abbastanza sulla necessità di contendere all’avversario le parole chiave del dibattito politico. Per questo motivo, la figura di Antonio Gramsci occupa un posto fondamentale nella formazione culturale di Podemos. Ogni crisi di regime corrisponderebbe ad una crisi egemonica, vale a dire alla perdita da parte delle elites al potere della capacità di “convincere i gruppi subalterni che i loro interessi coincidono.”[iii] Le domande sociali insoddisfatte e disperse solidarizzerebbero e si coagulerebbero intorno a simboli e leaders comuni in aperta critica al sistema vigente.[iv]Secondo Iglesias, la crisi economica che colpisce la Spagna a partire dal 2009, presentava i tratti di una vera e propria crisi di regime e, come tale, apriva finestre di opportunità per un nuovo discorso egemonico. In questo senso, Podemos non nasce per essere l’ennesimo movimento di sinistra radicale, bensì con l’obiettivo di contendere ai partiti dominanti l’oligopolio del discorso politico. L’idea è che in politica “colui che decide i termini della disputa, decide in buona parte anche i risultati.”[v] Per il nuovo movimento l’obiettivo diventa quello di conquistare “la centralità del gioco politico”. Alcune delle tematiche tipiche della sinistra tradizionale spagnola – come l’abolizione della monarchia o l’uscita dalla NATO – perdono importanza. Non si tratta di moderarsi o abbandonare principi, bensì di prendere atto che è più facile creare consenso intorno alle questioni che sono oggetto di contesa politica in un dato momento storico che non intorno a quelle che la società dà per acquisite. Il discorso politico doveva centrarsi su due temi: la disuguaglianza e la corruzione.

La strategia utilizzata per condurre la battaglia politica parte dall’ assunto che parole come destra e sinistra non abbiano più l’impatto necessario sugli elettori. Meglio quindi dedicarsi alla costruzione di un proprio “popolo” di riferimento: gli sfrattati, i disoccupati, i malpagati, le vittime della corruzione, gli sconfitti della globalizzazione. Invece di adottare la contrapposizione tradizionale imposta dal sistema partitico intorno all’asse destra-centrosinistra-sinistra, Podemos inizia a parlare di “sopra contro sotto”, di “popolo” contro “casta”. Il fulcro del progetto politico di Podemos è quindi la trasversalità, la capacità di creare uno spazio politico nuovo in cui i protagonisti sarebbero stati i disillusi dalla politica e gli scontenti del sistema.

Il discorso di Podemos cerca di dare una tonalità progressista al dissenso contro la globalizzazione. Fin dagli esordi questo si traduce in un discorso piuttosto critico contro la Unione Europea e il Fondo Monetario, accusati di stare sottraendo agli stati in modo surrettizio le risorse politiche ed economiche per proteggere socialmente le proprie popolazioni. Il tentativo di creare “catene di equivalenza” fra gruppi sociali diversi porta all’adozione di parole d’ordine talvolta problematiche per la sinistra spagnola come “patria” o “sovranità”.

La strategia post-ideologica sembra inizialmente pagare. Alle elezioni amministrative del 2015 i risultati sono incoraggianti e il movimento conquista i municipi di Madrid e Barcellona. L’obiettivo naturale ed esplicito diventa il governo nazionale. Durante la campagna elettorale che porta alle elezioni generali del dicembre 2015, tuttavia, emergono alcuni elementi critici che rischiano di diminuire la carica innovativa del movimento.

Da una parte, con l’aggravarsi della questione indipendentista, il discorso anti-elite di Podemos va a sbattere contro i bisogni di una società, quella catalana, interessata più ad una questione di identità nazionale che di giustizia sociale. Dall’altra, l’apparizione di Ciudadanos, movimento ugualmente post-ideologico, ma non di sinistra, debilita il progetto di semplificazione del dibattito (popolo contro casta). Ciudadanos è la dimostrazione che quel popolo che Iglesias pretendeva di rappresentare in modo esclusivo è attraversato in realtà da inquietudini diverse e che la rivolta contro la casta non si riduce solo agli sconfitti della crisi economica, ma include anche, per esempio, coloro che denunciano l’eccesso di intervento pubblico in economia. Nonostante l’eccellente affermazione alle elezioni generali, che converte Podemos nella terza forza in termini di seggi, a pochi voti dal PSOE, l’obiettivo egemonico non è raggiunto.

L’obiettivo diventa ora chiaramente la possibilità di diventare il partito egemone della sinistra spagnola. Questo potrebbe spiegare l’atteggiamento di chiusura verso il tentativo del PSOE di dare vita ad un governo di coalizione con Ciudadanos per estromettere il PP dal potere. A partire da questo momento, e in vista della necessità di ripetere le elezioni, Podemos sviluppa una strategia che si compone di due elementi che appaiono però in contraddizione. Da un lato, indirizza la propria strategia di contesa delle parole chiave del gioco politico più direttamente contro il PSOE. Dovendo fronteggiare l’opposizione di una parte dell’opinione pubblica che li accusa di essere un movimento anti-sistema con riflessi plebiscitari, gli animatori del movimento cominciano un’opera di politicizzazione delle parole tipiche del socialismo spagnolo, come Stato sociale, accusando i socialisti di averlo abbandonato. Ma anche rispetto a termini che non appartengono direttamente alla tradizione della sinistra marxista come parlamentarismo, stato di diritto e socialdemocrazia, criticando direttamente il marxismo per averli “regalati” al campo liberale. In un momento in cui tali istituzioni rischiano di essere svuotate dalle politiche decise in sede europea, Podemos si presenta come il difensore della sovranità popolare defraudata da Francoforte e Berlino.[vi] A livello politico, tale strategia si esplicita nel tentativo di presentare il PSOE come “la vecchia socialdemocrazia” che necessita di essere salvata da una sua versione più aggiornata.

Tale obiettivo entra però in contraddizione con la strategia elettorale. Viste le premesse, la decisione di allearsi con Izquierda Unida, lo storico partito erede della tradizione comunista, appare problematica. Il tentativo di fondare categorie trasversali capaci di uscire dalle strettoie del dibattito destra-sinistra confligge con un’alleanza con il partito maggiormente definito dal punto di vista ideologico. Le difficoltà concettuali vengono superate attraverso un argomento pragmatico. La somma dei voti ottenuti da IU e Podemos alle ultime elezioni renderebbe il sorpasso al PSOE una possibilità assolutamente alla portata. IU permetterebbe a Podemos, partito fondamentalmente urbano, di penetrare nelle zone rurali di regioni come l’Andalusia o Extremadura, coprendosi a sinistra e trovando l’appoggio di una parte del mondo sindacale.

Nel momento in cui un partito “post-ideologico”, ancorché di sinistra, incontra un partito ideologico, le difficoltà programmatiche non faticano ad emergere. La linea trasversalista viene messa, almeno parzialmente, da parte. Il discorso del “sopra vs. sotto” si fa più difficile da esprimere politicamente. Concetti come patria o vittoria già di per sè risultano ostici per gli elettori di IU, ma quando il dibattito comincia a centrarsi sul senso di costruire una “socialdemocrazia nuova”, probabilmente il discorso pubblico di Podemos incontra il proprio limite. Mancando ancora analisi sui flussi di voto, non è facile avanzare ipotesi, ma come molti osservatori hanno messo in luce, è possibile che un elettorato tradizionalmente orientato a sinistra come IU abbia malinterpretato l’idea della “centralità del gioco politico”, sentendola più come un invito a moderare i propri obiettivi che un tentativo di ampliare il perimetro del consenso. Allo stesso tempo, le tendenze alla leadership plebiscitaria e il superamento della “vecchia sinistra” non hanno scaldato i cuori di un elettorato tradizionale. Parlare di “patria da difendere”, facendosi allo stesso tempo portatori delle rivendicazioni referendarie del Pais Vasco e la Catalunya costituisce un’altra scommessa difficile da vincere. Da strumento di creazione di un nuovo spazio politico, Podemos è passato ad essere visto come un aggregatore di partiti di sinistra, proprio quello che Errejon aveva sempre detto che si sarebbe dovuto evitare.

Rispetto alle penultime elezioni in cui Podemos e IU si presentavano separatamente, la nuova coalizione perde un milione di voti e il sorpasso ad un pur malconcio PSOE resta un miraggio. Passata la delusione, Unidos Podemos andrà quasi sicuramente all’opposizione. Fra le tante sfide che si presentano ora sul cammino della formazione viola, due paiono particolarmente importanti soprattutto per gli equilibri delle forze progressiste che dovranno gestire l’opposizione alla destra.

In primo luogo, vi è una questione specifica che ha a che vedere con la relazione fra un partito “post-ideologico” come Podemos e il PSOE. Al di là della battaglia terminologica su chi rappresenti meglio la tradizione socialdemocratica, Podemos dovrà rivedere in particolare l’utilizzo del termine sovranità. In un paese integrato alle istituzioni europee come la Spagna, parlare di “difesa della sovranità contro la Troika”, suscita più di un sospetto, soprattutto in un partito europeista come il PSOE. Se Podemos vuole avviare un dialogo costruttivo con i socialisti europei (cosa che per esempio sta facendo Alexis Tsipras) dovrà riformulare l’obiettivo politico in modo da non farlo apparire come la rivendicazione rancorosa di un partito euroscettico. E questo ci conduce al secondo profilo di critica, che riguarda l’Unione Europea. Al meeting di Madrid con il quale Podemos ha chiuso la propria campagna elettorale solo due giorni dopo il Brexit erano presenti solo due bandiere dell’ Unione Europea su più di diecimila presenti. L’Europa è quasi completamente assente dal discorso di Podemos e viene richiamata soprattutto come qualcosa di negativo dal quale proteggersi. Interpellati a riguardo, i leaders di Podemos hanno fatto riferimento alla formula collaudata della sinistra europea, quella secondo cui “questa Europa non ci piace, perchè non è un’Europa sociale”. Non basta. Manca per il momento un’interpretazione da sinistra di che cosa significhi limitare la propria sovranità al fine di creare un sistema di governo post-nazionale. La governance multi-livello non pare appartenere all’universo Podemos. Se vuole riavviare un dialogo con il PSOE dovrà trovare il modo di politicizzare la parola Europa. Renderebbe allo stesso tempo un servizio ai socialisti spagnoli, il cui europeismo, al pari di quello di alcuni colleghi del partito socialista europeo, sembra spesso ridotto ad un appoggio un po’ di maniera. Potrebbe costituire un pungolo per la ricostruzione di un discorso europeista di sinistra capace di sedurre coloro che non riescono a vedere l’Europa come una opportunità. Se Podemos concepirà il PSOE come un partito con il quale lavorare per questo obiettivo, o invece come l’ avversario al quale contendere l’egemonia nella sinistra spagnola è qualcosa che capiremo nei prossimi mesi.

[i] Ernesto Laclau, “La deriva populista y la centroizquierda latinoamericana” Nueva Sociedad 205 Septiembre-Octubre 2006, 56-61.

[ii] Loris Zanatta, Il Populismo (Roma: Carrocci, 2003). Per qualche studio di caso sull’Ecuador, si veda Jorge Nuñez Sanchez, Ecuador: Revolucion Ciudadana y Buen Vivir (Barcelona: Yulca, 2014); per una interpretazione più critica dello stesso caso si veda Julio Echeverria, La Democracia Sometida: El Ecuador de la Revolucion Ciudadana (Quito: Diagonal, 2015).

[iii] Pablo Iglesias, “Understanding Podemos” New Left Review 93 (May-June 2014): https://newleftreview.org/II/93/pablo-iglesias-understanding-podemos

[iv] Si veda Ernesto Laclau, La Razon Populista (Argentina: Fondo de Cultura Economica, 2005), soprattutto i capitoli 4 e 5.

[v] Iglesias, Understanding Podemos

[vi] Si veda per esempio Carlos Fernandez Liria, En defensa del populismo (Madrid: Catarata, 2015), non casualmente dato alle stampe poche settimane prima delle elezioni del 26 giugno.

Published by: Pandorarivista.it

0 comments