America Latina

REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

Il 23 gennaio, Juan Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela (il Parlamento deposto nel 2016 dal regime del Presidente Nicolás Maduro), sulla base dell’articolo 350 della Costituzione, che invita i cittadini a disconoscere i poteri che violino i dettami della stessa, si è proclamato Presidente pro-temporedel paese caraibico, portando a definitivo compimento la divisone che da vent’anni lacera il paese. Oggi esistono due Venezuela, quello dei chavisti e quello degli oppositori, ognuno con un suo popolo, un suo Presidente, un suo Parlamento (nel 2017, per sostituire il Parlamento deposto l’anno prima, Maduro ha creato l’Assemblea Nazionale Costituente dove controlla il 98% dei seggi), una sua granitica e impermeabile narrativa sulle ragioni del conflitto.

Il Venezuela dei chavistivive nel mito della rivoluzione socialista avviata nel 1998 con l’elezione di Hugo Chávez, il leader carismatico morto nel 2013.  In questa narrativa, l’avvento della rivoluzione avrebbe dato il via al processo di emancipazione del popolo venezuelano dalla storico abuso da parte delle élite. É in nome di tale emancipazione che si spiegherebbe il “superamento” della democrazia rappresentativa e le sue istituzioni, ritenute complici dell’ordine precedente, e la costruzione di un regime politico basato sull’accentramento del potere, la compressione del pluralismo, il controllo dei mezzi di comunicazione. É con lo stesso obbiettivo, che si giustificherebbe lo smantellamento del sistema economico neoliberale e la sua sostituzione con un modello statalista, anti-mercato e assistenzialista. Sarebbe, in fine, il tentativo delle classi abbienti di opporsi al cambiamento a dar conto dell’instabilità economica e sociale nel paese. Pur di non perdere i loro privilegi o veder minati i propri interessi, e grazie all’appoggio interessato degli Stati Uniti, esse avrebbero messo in atto una guerra senza quartiere contro la rivoluzione. Le difficoltà economiche del Venezuela sarebbero il risultato del boycott interno da parte delle classi produttive e delle sanzioni americane; le proteste e i violentissimi scontri di piazza troverebbero spiegazione nell’azione di gruppi terroristici finanziati dalle forze reazionarie.

Il Venezuela degli oppositori vive nel mito dalla resistenza contro la dittatura chavistae il suo modello economico di ispirazione castrista. In questa narrativa, le proteste sarebbero l’ultima risorsa da opporre all’imposizione di un regime anti-democratico e liberticida. Il punto di non ritorno viene considerato l’esautoramento del Parlamento nel 2015, dopo che le elezioni avevano determinato la perdita della maggioranza dei seggi da parte dei chavisti. Gli oppositori lamentano il continuo aggravarsi delle ritorsioni da parte del governo: la chiusura dei mezzi di comunicazione ostili, la violazione sistematica dei diritti umani, la manipolazione dei risultati elettorali. Le fila di questa fazione si sarebbero via via ingrossate a causa del continuo deterioramento delle condizioni economiche: la scarsità di cibo, il collasso del sistema sanitario, l’assenza di opportunità di lavoro. Tale deriva, nonostante le ingenti risorse di cui dispone il paese, andrebbe imputata alla gestione fallimentare dell’economia: la spesa pubblica fuori controllo, l’assenza di una strategia efficace per superare la dipendenza dal petrolio, lo smantellamento sistematico del mercato a base di espropri, tasse insostenibili, sussidi clientelari. Per gli oppositori, il regime si sosterrebbe soltanto grazie all’alleanza, costruita sulla spartizione dei proventi petroliferi, fra Maduro e i militari e al sostegno esterno di Cina e Russia.

Il radicamento di queste narrative è tale, sia dentro che fuori dal Venezuela, da rendere estremamente arduo il compito di farsi un’idea autonoma sul conflitto. In scia al trend più generale che caratterizza il dibattito politico contemporaneo, sembra non esserci alternativa all’adesione acritica ad una di esse: o si sta con Maduro o si sta con Guaidó; o si sta con il popolo o si sta con le élite; o si sta dalla parte dei cinesi o dalla parte degli imperialisti yankee. Nel prendere parte, poi, non c’è spazio per le mezze misure: o hanno totalmente ragione gli uni e torto marcio gli altri o viceversa.

E’ probabile che questo stato di cose, quello che potremmo chiamare il trionfo delle narrative su ogni ipotesi di una verità condivisa, sia il capolavoro politico di Chávez e la suo insidioso lascito alla politica globale. Chávez è stato il padre del nuovo populismo in America Latina, un movimento che ha trovato riscontri importanti in tutto il mondo e non soltanto a sinistra. Fra i suoi ammiratori dichiarati troviamo leader tanto diversi come Iglesias in Spagna, Grillo in Italia, Orbán in Ungheria, Corbyn in UK e Putin in Russia. È probabile che lo stesso Trump nasconda una foto del comandantenel cassetto. La ricetta populista è semplice e remunerativa: si scelgono alcune istanze politiche disattese; si costruisce una spiegazione di tale mancanza nei termini di un popolo beffato da un élite; si identifica con quelle élite il sistema che ha permesso quella mancanza, le sue istituzioni, i suoi organi di informazione, le sue fonti di conoscenza, e lo si delegittima. La chiave della strategia sta nella nettezza della divisione (noi e loro), nella radicalizzazione dello scontro (o noi o loro), nella totalizzazione del conflitto (il problema non è più l’istanza disattesa ma il nemico da sconfigge).

Sono la strategia del muro contro muro e l’incapacità dell’opposizione di sfuggirvi che permettono di comprendere a pieno la situazione in Venezuela. Nonostante i pochi dati empirici su cui si possa fare affidamento siano drammatici (il crollo verticale del PIL negli ultimi 5 anni, l’iperinflazione, la dipendenza assoluta dall’esportazione del petrolio, i 3 milioni di persone emigrate negli ultimi 4 anni, la continua violazione dei diritti umani), per una parte importante del paese, il popolo chavista, questa situazione è migliore di quella precedente, o comunque da preferire rispetto ad un ritorno delle élite. Dall’altra parte del muro, negando in modo assoluto le ragioni di fondo del chavismo, prima fra tutte l’iniquità storica presente in Venezuela, gli oppositori fanno il gioco del regime, aiutando a tenere serrate le sue fila e diventandone complici.

Di fronte alla sfida ormai globale del populismo, l’esperienza del Venezuela merita grande attenzione. Dentro alla logica della contrapposizione assoluta, la complessità delle cose, la diversità dei punti di vista e degli interessi, le infinite sfumature del reale sono state trasfigurate in una fantasmagoria dove esistono soltanto il bianco e il nero, e ogni spazio per il dialogo e la costruzione di comuni denominatori rimane escluso. A farne le spese è stata innanzitutto la democrazia. Di fronte alla volontà di un popolo, non c’è limitazione del potere che si giustifichi, diritto individuale da tutelare o opinione divergente da difendere. Ma a saltare è stata anche la possibilità di un benessere collettivo. Dinanzi alla volontà di un popolo, non è accettabile alcun vincolo di bilancio, criterio di sostenibilità o razionalità economica.

Soltanto la ricerca ostinata di un dialogo che permetta di riscoprire l’eterogeneità interna al noi e al loro, di scavare al di sotto delle convinzioni e delle contraddizioni di ciascuno, di assumere le istanze disattese come istanze collettive, consentirà di disinnescare il meccanismo populista.