Il PD non deve essere scisso, deve essere superato

Pur ricorrendosi da mesi, le voci che vorrebbero una parte del PD, quella “renziana”, in uscita dal Partito si sono definitivamente concretizzate. Solo qualche settimana fa, Carlo Calenda, ex ministro e attualmente eurodeputato dem, reputati indigeribili il capovolgimento di linea del suo partito rispetto al M5S e la nascita del governo Conte 2, ha deciso di lasciare per rilanciare il movimento Siamo Europei. Passata la stagione delle scissioni “a sinistra”, con le defezioni a ruota dei vari Civati, Bersani, D’Alema, pare insomma essersi avviata la stagione delle scissioni “a destra”.

Per il grande pubblico ogni capitolo di questa saga è motivo di ulteriore distanziamento e incomprensione. I protagonisti, invece, ognuno dalla propria micro-prospettiva, ingaggiano in dibattiti stralunati e mettono su trincee in cui il personale e l’ideologico diventano indistinguibili. Il fatto che questo processo vada avanti senza che vi sia una presa d’atto da parte dei gruppi dirigenti della sua ripetitiva gravità e senza che nessuno si assuma qualche responsabilità rispetto al progetto che il PD avrebbe dovuto rappresentare, denuncia l’inadeguatezza di una classe politica. Ognuno si rinchiude nelle sue convinzioni e agisce di conseguenza, tanto quelli che escono per provare un’altra strada, come quelli che rimangono sperando in un nuovo inizio.

Il Partito Democratico nasce dalla messa a fuoco di un problema, ritenuto fondamentale per spiegare le difficoltà politiche, economiche e sociali dell’Italia, e dalla formulazione di una ipotesi sul come risolverlo.

Il problema, reso lampante dalla vicenda politica degli ultimi trent’anni, con l’alternarsi di coalizioni carrozzone, ribaltoni, risultati elettorali ambigui, governi tenuti in scacco da partiti del 2%, ecc.,  è la disfunzionalità del sistema politico. Per come è congeniato, esso favorisce la frammentazione del quadro politico, lo sviluppo di dinamiche poco trasparenti e trasformistiche, la debolezza dei governi e la loro sostanziale irresponsabilità. Per il sistema paese, le conseguenze sono nefaste. L’esempio più evidente è il “combinato disposto” di bassa crescita e alto indebitamento dal quale non siamo stati e non siamo in grado di uscire.

L’ipotesi è stata quella di scommettere, innanzitutto politicamente, su una svolta maggioritaria che culminasse, poi, con una modifica della Costituzione e del sistema elettorale a consolidamento di questo orientamento. Presentarsi dunque al paese con un partito che ambisse a rappresentare le istanze di una fetta ampia del elettorato, a dare voce al loro denominatore comune e non alle micro-identità e particolarismi di ciascuno. Così facendo, aspirare a governare il paese senza la necessità di accordi con partiti e partituncoli, sulla base di progetto chiaro e della piena assunzione di responsabilità dei risultati ottenuti. Tutto questo, concretamente, attraverso la creazione di un grande partito “a vocazione maggioritaria”, una casa comune nella quale confluissero le componenti progressiste e riformiste di matrice cattolica (Margherita) e post-comunista (DS).

Bene, a più di dieci anni di distanza dalla creazione del PD: che ne è stato del problema a cui esso avrebbe voluto dare risposta? E dunque, che fortuna ha avuto l’ipotesi di soluzione che esso ha incarnato? Purtroppo, le risposte sono evidenti a tutti: il problema è tutto li, forse ulteriormente aggravato, come dimostrato dai “mostri politici” Conte 1 e Conte 2; il PD ha sostanzialmente fallito.

Che fare? Le possibilità sono due. O si dice che ci si era sbagliati nell’individuazione del problema e si conclude che il paese non ha bisogno di una svolta maggioritaria e che si può tornare, con buona pace di tutti, al bordello consociativo e proporzionalistico di sempre. Unica possibilità, questa, entro la quale sia comprensibile la logica delle scissioni e la frammentazione che esse ripropongono. O si dice che ci si è sbagliati nell’ipotesi di risposta e dunque è quest’ultima a dover essere messa sotto la lente per comprendere le ragioni del fallimento ed per essere in grado di rilanciare con una nuova ipotesi.

Personalmente, propendo per la seconda, credo cioè che mentre il problema della disfunzionalità del sistema del paese resti centrale e la necessità di una svolta maggioritaria prioritaria, la soluzione ipotizzata, la creazione di un partito a partire dalla fusione di due culture politiche e di due classi dirigenti, non abbia funzionato e debba essere messa seriamente e responsabilmente in discussione. Qualcosa che gli “scandalizzati delle scissioni”, di ieri e di oggi, continuano sistematicamente a eludere nella speranza che il fato supplisca alla loro mancanza.

Entrando nella questione, senza pretesa di essere esauriente, mi sembra che vadano messe a fuoco alcune questioni. Innanzitutto, il mancato impasto fra i gruppi dirigenti e le ideologie di riferimento che mette in evidenza, de una parte, i limiti personali dei protagonisti e il prevalere su tutto di gruppi e logiche di potere; dall’altra, l’incapacità di superare strutture interpretative e valoriali storiche per sviluppare un’identità e una proposta nuova rivolta al futuro. Quest’ultimo aspetto evidenziato fino allo sfinimento dall’assurdo e ossessivo dibattito, totalmente autoreferenziale e distante dalla realtà, sull’essenza di “sinistra”. In secondo luogo, l’incomprensione da una parte del partito del senso profondo, sia verso l’esterno che verso l’interno, della vocazione maggioritaria e il prevalere dunque di logiche correntizie e di divisioni insanabili sul ruolo delle primarie, sulla sovrapposizione fra segretario e leader, sulla necessità di una comunicazione coordinata. Infine, i limiti nella costruzione statutaria del partito e dunque l’assenza o inefficacia degli strumenti volti a controllare e, quando necessario, sanzionare comportamenti personalistici, lesivi della comunità e dei processi decisionali collettivi.

Se il problema del paese rimane quello di un sistema politico disfunzionale le cui ricadute sul tessuto sociale e produttivo sono pesanti, la risposta è ancora quella di una semplificazione del quadro politico e la nascita di grandi partiti a vocazione maggioritaria che siano capaci di alternarsi al potere. Se, nel campo progressista, le scissioni del PD non sono la risposta necessaria, non lo è nemmeno la riproposizione dogmatica e acritica di quel progetto. Solo una attenta analisi dei limiti incontrati può offrire il materiale per costruire un’alternativa in grado di superali. Di fronte alle grandi sfide contemporanee, quello che non è più difendibile è un partito che spende più energie nelle battaglie interne che in quelle esterne, che ad ogni congresso discute se è più di sinistra o di centro, che continua a perdere pezzi perché di fronte ai suoi limiti evidenti i dirigenti preferiscono guardare dall’altra parte.

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