Scenari post-elettorali. Un governo populista per l’Italia?

Le elezioni del 4 marzo hanno stabilito chiaramente chi ha vinto e chi ha perso. Ma questo non significa che sarà facile immaginare il tipo di governo che potrà formarsi. Nessuna proposta politica é stata capace di ottenere una maggioranza di seggi sufficiente per formare un governo in autonomia. Saranno necessari patti post-elettorali sotto la attenta supervisione del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il problema é capire la natura che potranno assumere tali patti. Le soluzioni esistono, ma non paiono facili da realizzare. La ragione é che in queste ultime elezioni é tornata a manifestarsi una dinamica osservabile in varie societá europee, per esempio nella vicina Francia: la crisi del processo di integrazione favorisce un nuovo cleavage elettorale, capace di attraversare le coalizioni e i partiti tradizionali, secondo linee di divisione ideologica che sembrano superare la classica dialettica “sinistra-destra”. La nuova dialettica si conforma sempre piú lungo l’asse “globalisti” e “nazionalisti”, o “sovranisti”, come si suole dire in questi ultimi anni, vale a dire fra coloro che chiedono piú integrazione europea e coloro che in cambio la avversano, considerandola responsabile della crisi economica ed istituzionale. Tre paiono essere gli scenari possibili.

In primo luogo, potrebbe formarsi una coalizione di “europeisti”, simile all’esperimento di Emmanuele Macron in Francia o alla Grande Coalizione tedesca. In Italia, si tratterebbe di un patto post-elettorale fra la coalizione che ha ottenuto il maggior numero di consensi, il centro-destra di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, e il Partito Democratico. Tale opzione pare, almeno in queste ore, la piú difficile da realizzare. Da una parte, sembrerebbe essere la soluzione preferita da Berlusconi, che nelle ultime settimane aveva svolto un’intensa attivitá diplomatica presso le principali istituzioni europee, garantendo che, in caso di governo di centro-destra, l’Italia avrebbe mantenuto i propri impegni con l’Unione Europea. Dall’altra parte, é molto improbabile che un partito esplicitamente europeista come il Partito Democratico possa accettare un accordo post-elettorale con una coalizione che include la Lega di Salvini, opzione piú votata del centro-destra e basata su una piattaforma apertamente euroscettica.

In secondo luogo, il movimento politico piu’ votato, il Cinque Stelle, starebbe in questi giorni tentando di convincere il Partito Democratico a concedere un appoggio esterno, che permetta al lider del movimento Luigi Di Maio di guidare un governo. Non casualmente, in questi giorni, Di Maio si é dedicato soprattutto a moderare la propria retorica anti-europea, rigettando l’idea di una uscita dell’Italia dalla moneta unica in favore di una serie di riforme che possano migliorare il funzionamento dell’Unione. Tale opzione potrebbe essere facilitata dalla situazione di debolezza del Partito Democratico che ha ottenuto solo il 18% dei consensi, minimo storico, provocando le dimissioni del segretario Matteo Renzi. Tuttavia, il gruppo dirigente del Partito considera troppo rischioso un accordo elettorale con il 5 Stelle, da anni radicalmente critico dei governi targati PD e non del tutto affidabile sul tema della fedeltá alle norme europee.

Per questo, acquista forza una terza opzione, una coalizione post-elettorale fra la Lega di Salvini e il 5 Stelle. Si tratterebbe dell’opzione piú originale, tanto per la politica europea come per quella italiana, ma anche di quella che contiene il maggior numero di incognite. Vari settori della societá si mostrano a favore di una alleanza di questo tipo, non solo per le oggettive affinitá su varie tematiche di interesse europeo, ma anche perché insieme rappresentano il 50% dei consensi elettorali, circostanza che potrebbe garantirgli una amplia legittimitá politica. Tuttavia, vi sono almeno due ragioni che rendono difficile tale accordo. In primo luogo, nonostante le affinitá politiche, la Lega e il Movimento rappresentano elettorati in buona parte differenti. La Lega ottiene la maggiorparte dei propri consensi nelle regioni del Nord, mentre il Movimento ha avuto successo soprattutto in quelle del Sud. In secondo luogo, tale accordo dovrebbe passare per la rottura da parte della Lega della propria coalizione elettorale, il centro-destra, operazione non facile dal punto di vista politico e parlamentare. La formula elettorale, con una parte di collegi assegnati con metodo proporzionale e un’altra con metodo maggioritario, ha permesso a molti deputati della Lega di accedere al Parlamento attraverso i voti generali della coalizione di centro-destra. Tale circostanza potrebbe esporre la Lega all’accusa di trasformismo.

Nonostante le promesse di Salvini che ha giurato che non romperá l’accordo elettorale con il centrodestra attraverso il quale si é presentato agli elettori, un patto Lega-5 Stelle é al momento quello che potrebbe avere maggiori possibilitá di successo. Entrambi i movimenti condividono la critica alla gestione della crisi economica e dell’ emergenza rifugiati da parte dell’Unione Europea. Entrambi chiedono che l’Europa conceda maggiori margini di manovra al futuro governo italiano in materia di rispetto dei parametri economici e gestione delle frontiere. Inoltre, la natura relativamente post-ideologica di entrambi i movimenti potrebbe permettergli di formare un governo sulla base di un accordo su alcuni punti chiave, come per esempio la riduzione delle tasse, aiuti ai settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi e la gestione della questione migratoria. Si tratta di questioni capaci di attrarre elettori di diversi schieramenti politici, al di lá delle tradizionali divisioni ideologiche. Si tratterebbe di una proposta “populista” per eccellenza, vale a dire basata su un discorso ideologico capace di riunire gli “scontenti” di settori ideologici e geografici differenti (destra-sinistra, Sud-Nord), ma accomunati da una critica simile dal punto di vista dell’ identificazione dei responsabili: una casta di politici irresponsabili, resi oramai irrelevanti da una integrazione europea, sempre piú rappresentata come camicia di forza e sempre meno come opportunitá.

Si tratterebbe di un ulteriore esempio di quel “nuovo nazionalismo” che sta caratterizzando sempre piú le democrazie europee. Questo non significa necessariamente che la societá italiana sia diventata anti-europeista. La maggioranza degli italiani sono ancora convinti che un’Italia fuori dall’Unione Europea o dalla moneta unica non avrebbe molto futuro. Inoltre, il difficilissimo negoziato fra Unione Europea e Regno Unito sulla Brexit ha reso evidenti le dfficoltá che dovrebbe fronteggiare un Paese come l’Italia, nel caso decidesse di abbandonare il progetto comunitario. Non a caso, nelle ultime ore, tanto Salvini como Di Maio si affrettano a tranquillizzare i mercati internazionali dichiarando che non vi é intenzione di portare l’Italia fuori dall’Unione Europea o dalla NATO. Ció che, invece, é lecito aspettarsi é che, tenute da conto le opinioni dominanti a livello elettorale, l’Italia possa entrare in un periodo di relativo ripiegamento internazionale. Se dovessimo scommettere su un Paese che possa farsi promotore di una maggiore integrazione europea, non ci sembrerebbe conveniente scommettere sull’Italia. Non saranno le elezioni generali di un Paese membro, ancorché importante come l’Italia, a determinare il futuro del progetto europeo. Tuttavia, se dovessimo immaginare un Paese che possa mettere al servizio dell’Europa e del sistema internazionale energie fresche per favorire una maggiore integrazione fra Stati e societá nazionali, non ci viene in mente l’Italia dei prossimi 5 anni.

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