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I tre errori del Movimento 5 Stelle

Giovedì 5 aprile, a un mese dalle elezioni, sono iniziate le consultazioni presso il Quirinale per la formazione del nuovo governo, ma a meno di trovate geniali del Presidente della Repubblica Mattarella, si rimarrà nell’impasse. Il motivo principale è che il candidato Di Maio vuole diventare Presidente del Consiglio. Tuttavia il M5S da solo non ha la maggioranza e ciò implica che dovrebbe scendere a patti con la Casta. E scendere a patti con la Casta, cioè con gli altri partiti, significherebbe la normalizzazione del M5S e la contestuale perdita di buona parte del proprio elettorato, e quasi certamente la conseguente rinuncia di Di Maio al prestigioso compito di Premier. Di Maio lo sa, Casaleggio lo sa. Tuttavia il M5S oggi ha un profilo politico molto diverso rispetto al M5S di cinque anni fa. Allora, il M5S era un movimento progressista, oggi, di progressismo non è rimasto quasi nulla, e a conti fatti il programma con cui il M5S ha trionfato alle elezioni del 4 marzo è per molti aspetti simile a quello della Lega Nord, trattasi entrambi di movimenti politici sovranisti, antisistema, antieuropeisti.

Ma facciamo un passo indietro di cinque anni, all’inizio della scorsa legislatura quando il M5S elesse i suoi primi rappresentanti nella sede politica più importante, il Parlamento. Allora il M5S era portatore di istanze di moralizzazione della politica e di riduzione del costo della politica per la comunità. Prima dell’elezione di Appendino e Raggi, a Torino e a Roma, nonché delle vicissitudini giudiziarie di altri sindaci M5S a Bagheria e a Livorno, queste rivendicazioni di eticità potevano anche essere prese sul serio. Col senno di poi, il M5S avrebbe fatto meglio a cercare subito un accordo con il PD nella scorsa legislatura, quando quest’ultimo gli tese una mano con l’allora segretario Pierluigi Bersani. Invece il M5S scelse la strada dello scontro frontale, dell’opposizione urlata, delle parole forti, dell’opposizione a prescindere e questo portò il PD di Bersani a votare Napolitano e fare il governo Letta con Berlusconi. Letta poi, lo sappiamo, è stato sostituito da Matteo Renzi, che nel frattempo aveva stravinto il congresso determinando una decisa svolta politica all’interno del PD. Via la vecchia classe dirigente, sostituita dai “renziani”, che io preferisco definire “riformisti radicali”, molto più simili, se non altro almeno anagraficamente, ai grillini (ma non solo anagraficamente, si pensi il deciso taglio ai costi della macchina pubblica che è stato uno dei fari dell’operato politico di Renzi). Nella fase nascente del governo Renzi il M5S ha perso la seconda possibilità di fare un accordo di governo con il politico che gli somiglia di più nel panorama italiano e che voleva un vero cambiamento nelle Istituzioni italiane, per l’appunto Matteo Renzi. Il M5S ha invece optato per fare l’opposto. Una opposizione aspra e cattiva, tutta incentrata proprio contro la persona di Renzi e i suoi, obbligando Renzi a cercare una maggioranza in Parlamento con chi ci stava, cioè con i centristi e con un pezzo di centrodestra che non gli aveva ancora voltato le spalle seguendo Berlusconi, cioè il Nuovo Centrodestra di Alfano e una piccola formazione di destra, anch’essa uscita da Forza Italia e capitanata da Verdini. Il tempo passa, e la legislatura Renzi ringalluzzita dal successo elettorale delle europee, tenta il colpaccio della riforma delle Istituzioni. Qui si consuma lo strappo tra Renzi e Berlusconi. E quella fu la terza occasione che il M5S ha gettato e che se avesse giocato meglio avrebbe permesso loro di rientrare nei giochi che contano. Sto parlando dell’elezione di Mattarella e il contestuale iter parlamentare di scrittura della riforma Costituzionale. Per tanti aspetti la riforma “andava bene” anche al M5S – ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari, il taglio dei costi della politica, la semplificazione dei processi parlamentari e non da ultimo l’abolizione definitiva delle province. Il M5S invece si è connotato ancora una volta come forza irresponsabile e anche politicamente deficitaria nel capire la portata di una simile riforma. Il M5S ha preferito puntare al sostegno elettorale immediato coltivando e incentivando nell’opinione pubblica lo sdegno per l’accordo del Nazareno. Doppio errore del M5S, perché sostenendo la riforma avrebbero fornito al PD e a Renzi un altro alleato per le riforme e quindi ridotto il potere di influenza di Berlusconi e di Verdini sia sul governo che sulla riforma stessa. Inoltre il M5S avrebbe ottenuto l’unica legge elettorale che gli avrebbe permesso di avere una piena maggioranza, anche con il 33% che poi prese il 4 marzo scorso, cioè l’Italicum. Cosa fece il M5S? Fece l’ennesima pernacchia al cambiamento e alle riforme e scelse ancora una volta la strada dell’opposizione a prescindere. Perdendo sia l’occasione di vedere realizzato il taglio dei costi alla politica, sia la concreta possibilità di ottenere nell’immediato futuro un monocolore grillino, che l’Italicum e il secondo turno in un unica camera avrebbe permesso. Ciò fece sì ottenere la vittoria del No al referendum e la contestuale fine del governo Renzi – piccola vittoria di Pirro per il Movimento, ma ciò si tradusse anche in una scelta conservativa del PD, che da allora scelse Gentiloni, rinnegò di fatto la democrazia competitiva che era lo spirito della riforma costituzionale e scelse un deciso ritorno al passato con l’attuale legge elettorale proporzionale Rosatellum. La legge elettorale con la quale siamo andati a votare e che non ha fornito – come prevedibile – una maggioranza. D’altronde il Rosatellum fu pensato proprio per mettere fuori gioco il M5S, premiando le coalizioni e non dando un premio di maggioranza, cioè favorendo un accordo post elettorale. Un deciso ritorno alla Prima Repubblica come risposta alla bocciatura della democrazia competitiva del “combinato disposto” della riforma costituzionale e Italicum. La repentina inversione di senso verso la conservazione ha portato alla disfatta elettorale il PD e Renzi.

Ma anche i vincitori oggi non se la vedono bene. Ora al M5S resta una sola strada. Fare ciò che ha fatto Renzi, ma in peggio: un Nazareno 2 con Berlusconi o con Salvini, o meglio, con entrambi e non per fare delle grandi riforme istituzionali, bensì per un sostegno a un governo. La più indigesta fine per quelli che erano entrati nel Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno e a breve rischiano di fare la fine del tonno. Finire nelle braccia del centrodestra di Salvini e Berlusconi. Rinunciare definitivamente a Di Maio premier. Sostanzialmente fare l’ “inciucio” se si vuole governare. Certo, il M5S poteva scegliere di aiutare la parte riformista del PD, e assieme a Renzi aprire per davvero una terza repubblica. Una repubblica competitiva dove c’era finalmente poco spazio per il centrodestra e la competizione sarebbe stata a due, tra il M5S e il PD. Ma questa è un altra storia, anzi un universo parallelo che non si è realizzato. Adesso è troppo tardi.

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